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BIBLIOSANDO
Approfondimenti e curiosità letterarie
PREMIO 2004
STREGATI DA “Il dolore perfetto” di
Ugo Riccarelli
«Le cose sono cose, hanno una vita loro, hanno forme, pensieri,
hanno età e persino un colore. Siamo noi a dividere, a
costruire barriere, ad alzare, abbassare, a dire chi è buono
e cosa invece è peggiore. L'Annina capì così la
distanza tra la madre e l'Ulisse. La sentì forte, batterle
il petto. Una botta improvvisa, una crepa sul cuore. La ferita
bruciante di un dolore perfetto.»
Con 157 voti, il romanzo Il dolore perfetto di Ugo
Riccarelli ha vinto la cinquantottesima edizione del Premio
Strega superando,
com’era nelle previsioni, il libro di Elena Loewenthal "Le
attese" (Bompiani), che ha cercato invano di contendergli
il passo (87 voti).
Il vincitore ha così commentato: "Dedico il premio
agli amici della Mondadori e a mia moglie Roberta, ce lo siamo
meritati".
Partecipavano alla cinquina finale anche Francesco Piccolo con "Allegro
occidentale" edito da Feltrinelli (51 voti); Maria Rosa
Cutrufelli con "La donna che visse per un sogno" (Frassinelli)
(32 voti) ) e Marco Fabio Apolloni con "Il mistero
della locanda Serny" (Ponte alle Grazie) (30 voti).
Il Premio Strega
Il prestigioso
Premio Strega viene attribuito ogni anno ad un libro di narrativa
in prosa di autore italiano, pubblicato
in prima edizione dopo il 1° maggio dell'anno precedente
e prima del 1° maggio dell'anno in corso. Il libro viene
scelto a mezzo di votazione segreta e con due votazioni da
tutti gli "Amici della domenica". "Cominciarono, nell'inverno e nella primavera 1944, a radunarsi
amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni
partito unita nella partecipazione di un tempo doloroso nel presente
e incerto nel futuro. Poi, dopo il 4 giugno, finito l'incubo,
gli amici continuarono a venire: è proprio un tentativo
di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla disperazione.
Prendiamo tutti coraggio da questo sentirci insieme. Spero che
sarà per ognuno un vivido ricordo"
Maria Bellonci
Sono queste le pagine iniziali del racconto che Maria Bellonci
fece della nascita del gruppo degli "Amici della domenica" in
seno al quale, su un'idea della stessa Maria, nacque nel 1947
il "Premio Strega", con la collaborazione degli eminenti
intellettuali che frequentavano casa Bellonci e dello spirito
mecenatesco di Guido Alberti. Da quel racconto è nato
un libro Il premio strega (Milano, Mondadori, 1969 e 1995).
BREVE RIASSUNTO DEL LIBRO
Due storie di famiglia parallele, ma destinate a incontrarsi.
Quella del Maestro, giovane anarchico che arriva da Sapri, alla
fine dell'Ottocento, per insegnare in un paesino della Toscana,
dove si stabilirà avendo dalla vedova Bartoli numerosi
figli dai nomi emblematici: Ideale, Libertà e Cafiero.
E quella di Rosa e Ulisse Bertorelli, commerciante di maiali,
da cui nasceranno Annina e Achille. L'amore tra Annina e Cafiero è solo
un momento dell'intreccio di vicende pubbliche e private, realistiche
e fantastiche, che l'autore costruisce in questo romanzo, epopea
di drammi e di ideali, di personaggi all'altezza dei grandi sommovimenti
della storia.
INCIPIT
IL ROMANZO INIZIA COSI’:
"Appena qualche attimo prima di morire, appoggiata al nocciòlo
del giardino,
l'Annina emerse dall'ombra in cui la sua mente si era nascosta
da molti anni
e, all'improvviso, in quei brevi istanti che la morte ancora
le concesse,
come se fosse in volo rivide la casa col pino e la Mena che pregava
appoggiava a un angolo della madia, e di fronte alla Mena vide
sua madre
partorirla urlando di un dolore che le sembrò perfetto,
e solo alla fine,
quasi spiando, scorse la propria testa uscire da quel corpo rosso
e gonfio
dallo sforzo, e sentì per l'ultima volta l'odore di viole
del suo fratello
gemello che da dentro la pancia la spingeva nel mondo.
Fu come un lampo, uno starnuto di una forza così intensa
che l'Annina si
dovette appoggiare con tutte e due le mani al nocciòlo
per non cadere, e il
suo ultimo respiro le uscì in una voce flebile, quasi
un sussurro.
<<
Ma guarda..>> disse, sorpresa da quello spettacolo stupefacente.
Poi lasciò che un sorriso le ammorbidisse la bocca, scivolò lentamente
verso
la base del tronco, e là si fermò per sempre.
Quando il Maestro arrivò al Colle , verso la pianura stavano
finendo di
costruire la stazione, e attorno a quella già nascevano
le prime case del
nuovo borgo. Nascevano come funghi, e la gente sembrava eccitata
dall'arrivo
della ferrovia che avrebbe portato il treno e il progresso. Ancora
l'edificio
principale non era pronto, cosicché i passeggeri dovevano
scendere
molto più indietro, verso il Padule Lungo, e potevano
raggiungere Colle Alto
cogliendo al volo qualche rara carrozza o la gentilezza di un contadino per
un passaggio su un carro trainato dai buoi.
Dalla strada che saliva verso il paese arroccato da millenni sulla collina
si poteva vedere con chiarezza i campi tagliati in due dalla ferrovia: una
ferita trasversale che dal Padule si ficcava in mezzo alla geometria dei
poderi, delimitati dai fossi e dalle file di cipressi. Sembrava che il mondo
fosse diviso nettamente: a sinistra, lungo il nastro ancora bianco della
massicciata, una moltitudine di persone, carri, attrezzi, una certa
confusione di formiche che andavano e venivano fra il tracciato della
ferrovia e le case in costruzione. A destra, poco oltre la stazione, dalla
parte in cui già era stata posata la striscia ferrata il mondo era
in pace,
e sui campi divisi dal sentiero del treno si poteva al massimo scorgere
qualche debole ricciolo di polvere sollevato da un aratro. Il Maestro aveva
chiesto un passaggio a un fattore sul carro, dopo averlo aiutato a caricare
gli ultimi sacchi di fagioli sul treno che sarebbe subito ripartito verso
la
città. Figli di contadini, l'odore dei legumi e il contatto con la
juta
riposta per un momento l'avevano fatto sentire di nuovo a casa, mitigando
una certa sensazione di essere in qualche modo un traditore perché era
l'unico, della sua famiglia, ad avere studiato. Era arrivato da sud, da un
paesino vicino a Sapri non troppo diverso da Colle, arroccato anch'esso
sopra una collina, ma senza ferrovia e con più miseria. Era arrivato
con due
valige: nella prima qualche mutanda, qualche paio di calze, due camice e
un
vestito nero uguale a quello che indossava. L'altra era piena di libri, e
pesava come un morto. Non appena il treno si mosse. Il Maestro si sentì
affogare per un istante, e rimase a guardare il convoglio dei vagoni
scivolare lentamente verso la direzione dalla quale era arrivato finché il
fattore, le valigie già sul carro, non lo chiamò per partire.
Allora si
avvicinò, si pulì i palmi sui pantaloni e allungò la
mano per presentarsi,
come si fa tra uomini. Disse il proprio nome e il cognome, e ringraziò per
la cortesia. Il fattore non era un uomo di grandi discorsi. A sentire quella
parlata strana, che mai aveva risuonato in quei luoghi, pensò che
la
ferrovia, oltre a portare semi e verdure, avrebbe scaricato laggiù chissà
quale gente. Il mondo era grande, e ora Colle si era agganciato a qualcosa
che non conosceva. Comunque quel giovane sembrava a posto. Parlava con un
accento strano ma corretto. Aveva aiutato, come si usa tra persone civili,
e
ora alla mano che porgeva bisognava rispondere anche per l'ospitalità che,
tra uomini, si deve. Fecero il viaggio in silenzio, l'uno per l'imbarazzo
verso uno straniero, l'altro perché immerso nella malinconia e intento
a
osservare quel mondo sconosciuto nel quale la sua nuova vita sarebbe presto
cominciata…
CHI E’ UGO RICCARELLI?
E’ nato nel 1954 a Cirié (Torino), da famiglia toscana.
Vive e lavora a Pisa. Ha pubblicato: Le scarpe appese al cuore
(Feltrinelli 1995, premio Chianti), Un uomo che forse si chiamava
Schulz (Piemme 1998, Selezione premio Campiello, Prix Wizo Européen),
Stramonio (Piemme 2000, premio Pisa), L'angelo di Coppi (Mondadori
2001) e Il dolore perfetto (Mondadori, premio Strega 2004).
RECENSIONI SCELTE PER VOI
UN SECOLO DI DOLORE TRA AMORI ED ANARCHIA
di Grazia Giordani
Sarebbe piaciuto ad Elsa Morante ed incontrerebbe il gradimento
di Garcia Marquez, per gli abbandoni sapienti a un delicato “realismo
magico”, il nuovo romanzo di Ugo Riccarelli – Il
dolore perfetto – (Mondadori), grande affresco del secolo
che ci lasciamo alle spalle, dallo sbarco di Pisacane al secondo
dopoguerra, rivisitato soprattutto attraverso le vicende parallele
e confluenti di due famiglie: i Bartoli idealisti cultori della
libertà e i Bertorelli, più inclini a una visione
materialistica dell’esistenza.
L’area geografica, teatro della narrazione, è soprattutto
la Toscana, nel paese di Colle, lambito da un lago acquitrinoso,
Padule, in cui sembrano specchiarsi molte delle vicende che si
rincorrono nel corso della narrazione. Proveniva da Sapri, ancora
fresca delle utopie risorgimentali, uno dei personaggi principali
del romanzo, il Maestro, giovane anarchico, generoso, riservato
e dalle idee ben determinate, che perderà la vita durante
sommosse milanesi, folgorato dallo sparo di un soldato di Bava
Beccaris che equivocherà il suo grido «Libertà!»,
attribuendogli un significato di ribellione, mentre era solo
il nome della figlia che lo sventurato stava chiamando a gran
voce. Del resto, anche gli altri figli del Maestro, per lunghi
anni esule e carcerato, proprio a causa dei suoi convincimenti
politici, avevano nomi simili: da Ideale a Mikhail e Cafiero
(che verrà poi chiamato “Nocciolino”, in quanto
sfuggito, ancora in fasce e finito sui rami di un nocciolo, dalle
braccia della madre – suicida per disperazione, sotto le
ruote di un treno - distrutta dai lutti della sua sventurata
famiglia). Nel colpo di scena della magica salvezza di Nocciolino,
come nel profumo di viole che accompagna nascite e morti di alcuni
personaggi, troviamo quell’afflato favolistico che regala
un’atmosfera piacevolmente fatata a tutto il contesto narrativo,
come se favola e realtà sapessero abilmente coabitare
nella pagina.
Contrapposti agli idealisti – dicevamo più sopra – camminano
in parallelo i Bertorelli, commercianti di maiali, che da generazioni
ammirano l’epopea omerica e portano i nomi di quegli eroi
da Ulisse a Telemaco e Penelope, solo per citarne alcuni.
Ulisse e Rosa sono una coppia quanto mai spaiata: sanguigno,
attaccato all’interesse venale lui, sognatrice e poco aderente
alla realtà lei. Finiranno male entrambi: Ulisse, in preda
alla follia, suicida, dopo aver stuprato la cognata e indotto
la moglie alla fuga con le sue crudeltà ed incomprensioni.
Dal loro matrimonio nasceranno due gemelli: Sole che fuggirà in
Oriente, metafora del sogno e della corsa verso la libertà interiore,
e Annina, il personaggio femminile più interessante del
romanzo, per cervello e cuore. Le due famiglie si uniranno proprio
con l’incontro di Cafiero (Nocciolino) e Annina, stretti
da un amore grande e fatale.
Il «dolore perfetto» da cui prende il titolo il romanzo
abiterà sempre la pagina, anche se espresso in maniere
diverse: «le cose son cose – penserà, in proposito
Annina – hanno una vita loro, hanno forme, pensieri, hanno
età e persino un colore. Siamo noi a dividere, a costruire
barriere, ad alzare, abbassare, a dire chi è buono e cosa
invece è peggiore. L’Annina capì così la
distanza tra la madre e l’Ulisse. La sentì forte,
batterle il petto. Una botta improvvisa, una crepa sul cuore.
La ferita bruciante di un dolore perfetto.» E ancora il
medesimo sentimento ritorna, finemente descritto dall’autore,
quando il Maestro morente «giunse alla fine del respiro,
in quel momento minuscolo, in cui tutto è sospeso, si
rese conto di essere solo, e un dolore perfetto lo avvolse come
un abbraccio.»
In questo polifonico grande romanzo a più voci, dentro
cui si coagula molta parte della nostra Storia grande – vista
attraverso le storie piccole –, attraversata da guerre,
dal sogno socialista, tra ribellioni e carneficine, vivono molte
trame fatte anche di amori struggenti e folgoranti passioni e
qui trova posto persino la macchina per il moto perpetuo, divenuta
metafora del progredire delle vite coi loro destini, vulnerati
dall’inesorabile dolore.
Questo di Riccarelli, così giocato nel duetto continuo
tra realtà e magia, è dunque e senza dubbio, uno
dei romanzi italiani più forti, maturi e completi per
stile e contenuti, che nel corso degli ultimi anni ci è stata
data opportunità di leggere e recensire.
RICCARELLI: IL
DOLORE PERFETTO
di Ferruccio Parazzoli
da Famiglia Cristiana
A soli cinque anni da Un uomo che forse
si chiamava Schulz, il romanzo che fece scoprire in Riccarelli
uno scrittore dotato
di una sorprendente capacità narrativa, Il dolore
perfetto si afferma come un punto di arrivo di indiscussa
maturità. Un accostamento che può suonare eccessivo,
ma non lo è, in quanto estremamente attinente, potrebbe
essere quello di portare il nuovo romanzo di Riccarelli su
quella stessa linea di opera totale e corale su cui, all’altro
capo del mondo, su altre storie e mitologie, affonda le proprie
radici un’altra grande epopea, impastata di terra e
di popolo, Cent’anni di solitudine di García
Márquez.
Non c’è miglior osservatorio da dove veder soffiare
il vento della Storia, se non il microcosmo di un ignorato lembo
di terra patria, solo familiare e caro a chi ci vive, dove figli
e padri e padri dei padri, dove figlie e madri e madri delle
madri nascono, s’intrecciano, amano e muoiono sullo stesso
fondale, egualmente vivo, di case, alberi e campi.
Quest’angolo d’Italia è un paesino toscano,
Colle, che germina sotto i nostri occhi, come sotto una lente
d’ingrandimento, con l’arrivo, in un giorno dell’ancora
fresca unità nazionale, di un uomo del Sud, il Maestro,
che porta con sé il proprio indomabile ideale di libertà.
E Libertà, Mikhail, Cafiero darà nome ai suoi figli,
innamorato dell’anarchismo fino a trovare la morte nella
Milano insanguinata dai cannoni di Bava Beccaris. Sarà il
capostipite di vicende familiari che si allargano a ventaglio,
ognuna seguendo il proprio destino. È la discendenza idealistica
e sognante che s’intreccia con la più violenta e
stralunata stirpe dei Bartorelli, commercianti opportunisti dai
nomi omerici di Ulisse, Ettore, Telemaco.
Il vento che soffia su di loro, li mescola, li disperde,
li distrugge, è il
vento che soffia su cent’anni di storia italiana, cent’anni
di solitudine e di dolore: repressione nel nome dell’ordine
regio, una guerra dagli insulsi massacri sui lontani confini
della patria, le violenze fasciste, indomita dignità e
umiliazioni, una nuova guerra ancora più lontana sulle
distese ghiacciate del fronte russo, poi sempre più vicina,
fino alla porta di casa, le rappresaglie naziste.
Infine il vento cade lasciando, in una piccola rimessa del
Colle, a ricordo di chi è stato e a speranza di chi verrà,
uno strano marchingegno, battezzato Libertà, che è stato
inventato da Ideale, uno dei figli dei figli, e che ha per scopo
il moto perpetuo e di cui ogni parte porta il nome di quanti
hanno vissuto l’italiana storia del Colle.
… E
GLI ALTRI FINALISTI?
TRIONFA IL GRANDE FAVORITO
di Walter Mauro
da Il Tempo
VINCE il grande favorito Ugo Riccarelli, prova a contrastarlo
l’outsider Elena Loewenthal ma poi tutto si risolve
nella norma. Mai in gara gli altri tre candidati. Ancora
una volta, il Premio Strega, fra quelli italiani il più prestigioso,
e sicuramente quello che nella varietà delle scelte
serve ad offrire una più profonda riflessione attorno
a percorsi e tendenze che la nostra letteratura narrativa
va tracciando ormai da qualche anno, anche in questo 2004,
che ne ha celebrato la cinquantottesima edizione, ha mantenuto
le aspettative.
Direttamente o indirettamente, ha dominato la soluzione,
più contenutistica
che formale, del romanzo storico, presente nel testo di Mario
Fabio Apolloni, «Il mistero della locanda Serny» (Ponte
alle Grazie), ambientato nella Roma del primo Ottocento, ma al
contempo sviluppato attraverso rivoli di caratterizzazione dei
personaggi che paiono voler condurre ad una più generale
definizione del confronto umano in cui tutto viene pirandelliamente
suggerito come qualcosa che riguarda la maschera che occulta
la nostra vita, ingabbiata nella logica delle apparenze. Come
pure nel dovizioso alveo del romanzo storico va inserito il testo
di Maria Rosa Cutrufelli, «La donna che visse per un sogno» (Frassinelli),
in cui tuttavia lo sforzo di prendere le distanze da un totale
annullamento nelle trame della Storia — nella Parigi rivoluzionaria
del 1793 — si risolve positivamente nella leggerezza con
cui viene utilizzato il linguaggio, e di conseguenza il distendersi
del fatto narrativo entro una partitura che sicuramente offre
ampio spazio all’armonia dell’eloquio.
«
Attese» di Elena Loewenthal (Bompiani) è forse il
romanzo che più privilegia le atmosfere — dolorose
e traumatiche — attraverso un singolare e ispiratissimo
protagonista, che potrebbe appartenere ad una scontata oggettistica,
oggi al centro del dibattito femminile, e invece offre il destro
evocativo per una tematica che la Loewenthal avverte sulla propria
pelle con molta intensività perché riguarda il
duro confronto fra i Destini e la Storia. Un testo che invece
svicola notevolmente dalle linee di tendenza già esposte è quello
di Francesco Piccolo, «Allegro occidentale» (Feltrinelli)
in cui il concetto di «allegria», appunto, viene
trattato ed elaborato attraverso modelli di confronto che riguardano
l’urto, ma anche l’incontro, fra un «meridionale» e
un orientale inserito nelle grandi rotte che trasmutano di continuo,
impietosamente: anche perché nasce e si fa strada, angosciamente
fra una allegria e l’altra, l’idea drammatica del
conflitto fra il benessere globale e la povertà locale,
che neppure il paradosso della distanza riesce a correggere,
meno che mai a eliminare.
Ed eccoci alle prese con il vincitore annunciato, Ugo Riccarelli,
autore de «Il dolore perfetto» (Mondadori), a conti
fatti legittimo protagonista di questa tornata 2004. Qualche
settimana fa gli abbiamo dedicato un’ampia riflessione:
tuttavia, ad una ulteriore verifica del suo testo, altri aspetti
emergono e prendono consistenza convincendo il lettore ancora
di più attorno alla modernità problematica con
la quale lo scrittore tratta e affronta il nodo tematico del
viaggio, dello spostamento e quindi dello sradicamento dal Sud
profondo e contadino verso una realtà più difforme
e quasi antitetica, quella di una Toscana intrisa di storiche
divaricazioni.
INTERVISTA CON L’AUTORE

STREGATI DAL DOLORE
di Tommaso Debenedetti
estratto da Gazzetta di Parma …Riccarelli,
non dica che non si aspettava di vincere!
«Confesso che, da qualche giorno, me lo aspettavo. Non per
il valore degli altri concorrenti, i cui libri ho apprezzato
moltissimo, ma per come si erano messe le cose, per le notizie
che sentivo in giro».
Lei è il vincitore del Premio Strega. Cioè il suo
nome è in quell'albo nel quale figurano Moravia, la
Morante, Eco, Bassani, e quasi tutti i grandi del secondo
Novecento. E'
convinto di meritare questo onore?
«Certo non mi ritengo neppure vagamente all'altezza dei
nomi che lei ha citato. Però sono sicuro del valore di
questo mio romanzo, al punto che le dico che sì, meritavo
di vincere».
l fatto che il nome del vincitore sia noto da settimane, come
quasi sempre accade allo Strega, fa male al premio?
«Probabilmente toglie gusto e fascino alla serata finale,
rende meno seguita la diretta televisiva, fa diminuire il numero
di righe sui giornali, però, mi creda, per chi concorre è un
grande aiuto. Sapere già qualcosa fa essere più sereni».
Si dice che questo era lo Strega degli sconosciuti. Nessuno dei
nomi della cinquina era infatti noto al grande pubblico.
«Questa storia del Premio degli sconosciuti mi ha fatto
arrabbiare. Prima di tutto perché non è vera. La
Loewenthal è un'autrice molto nota, una grande saggista
che chiunque ha un minimo di cultura dovrebbe conoscere. Piccolo
e la Cutrufelli sono scrittori apprezzati da tempo, e la critica
ne ha riconosciuto il valore. Apolloni è nuovo alla narrativa,
ma anche lui è uno studioso e critico affermato. Quanto
a me, ho scritto libri e vinto altri premi, e non mi sento un
ignoto. Accetto tutte le riserve e le contestazioni possibili
in merito al valore del romanzo, ma il fatto che si pretenda
che un narratore sia noto come un divo della tv mi fa semplicemente
orrore».
In genere, però, è vero che negli ultimi anni i
narratori più famosi, parlo degli Eco, dei Tabucchi, dei
Citati, dei Malerba, allo Strega e agli altri grandi premi non
vanno più…
«Alcuni di loro hanno già vinto quasi tutto, altri
hanno compiuto una scelta rispettabile, ma ciò non significa
affatto che i premi siano in decadenza. Anzi: il fatto che a
concorrere e a vincere siano nomi più nuovi (nuovi, dico,
non ignoti!) testimonia quanto i premi siano vitali e quanto
essi siano ancora, come nel passato, dei grandi trampolini di
lancio per i talenti letterari».
Ora la faccio arrabbiare. Si è detto: la Mondadori voleva
a tutti i costi vincere lo Strega, per questo Riccarelli ha vinto.
Può commentare?
«No, non commento. Dico solo che i premi non sono partite
di calcio o elezioni politiche…E ricordo che si sta parlando
di scrittori e di libri».
Parliamo del suo libro, allora. Perché il titolo «Il
dolore perfetto»?
«Perché tutti i personaggi del romanzo sono posti
di fronte ad un dolore straziante, ad un' immensa ferita di quelle
che creano una crepa nell'anima. Con quel titolo ho voluto dire
che il dolore non è solo qualcosa di terribile, che ci
spaventa, è anche qualcosa di salutare, che ci mette di
fronte all'esistenza e ci fa scoprire noi stessi. Insomma: la
sofferenza ci aiuta a fare i conti con la vita, e ci migliora.
Ecco perché parlo di "dolore perfetto"».
Come è nato questo romanzo?
«Io non riesco a scrivere libri in poche settimane, non
credo all'ispirazione folgorante. Sono convinto che le storie,
i romanzi, debbano maturare nel tempo. Per terminare 'Il dolore
perfetto' ho messo più di quattro anni. Sono partito dall'urgenza
di recuperare un mondo lontano, quello di mia nonna e del suo
piccolo paese in Toscana. Ecco: il libro è nato proprio
dalla voce di mia nonna, dai suoi racconti che cominciavano sempre
nello stesso, buffo modo: "Il mio povero babbo, che Dio
lo sprofondi nell'inferno, diceva…". Poi io ho trasfigurato
tutto, ma la base è stata quella».
In Italia si legge poco, anzi pochissimo. Può provare ad
invogliare un non-lettore a compare «Il dolore perfetto» raccontandoglielo
in pochissime parole?
«E' una storia di amori, di addii, di nascite- tante nascite-
di morti e di lontananze. E' una storia cui ho voluto dare tutta
la complessità di sentimenti che ha la nostra vita. C'è un
paesino della Toscana con i suoi personaggi: un anarchico, la
vedova Batoli, l'avida famiglia dei Bertorelli, l'amore bellissimo
e straziante, disperato, fra Nocciolino e Annina. Un mondo forse
perduto, che risale, appunto, all'epoca di mia nonna, ma i cui
sentimenti, gioie e dolori sono gli stessi che ci accade di vivere
oggi».
UGO RICCARELLI NELLA BIBLIOTECA DI MEDA
Ugo Riccarelli è presente con i romanzi:
Un uomo che forse si chiamava Schulz
Un dolore perfetto
In Biblioteca sono disponibili anche le altre quattro opere finaliste del
Premio 
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