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BIBLIOSANDO
Approfondimenti e curiosità letterarie

 

PREMIO immagine 2004

STREGATI DA “Il dolore perfetto” di Ugo Riccarelli

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«Le cose sono cose, hanno una vita loro, hanno forme, pensieri, hanno età e persino un colore. Siamo noi a dividere, a costruire barriere, ad alzare, abbassare, a dire chi è buono e cosa invece è peggiore. L'Annina capì così la distanza tra la madre e l'Ulisse. La sentì forte, batterle il petto. Una botta improvvisa, una crepa sul cuore. La ferita bruciante di un dolore perfetto.»

Con 157 voti, il romanzo Il dolore perfetto di Ugo Riccarelli ha vinto la cinquantottesima edizione del Premio Strega superando, com’era nelle previsioni, il libro di Elena Loewenthal "Le attese" (Bompiani), che ha cercato invano di contendergli il passo (87 voti).
Il vincitore ha così commentato: "Dedico il premio agli amici della Mondadori e a mia moglie Roberta, ce lo siamo meritati".
Partecipavano alla cinquina finale anche Francesco Piccolo con "Allegro occidentale" edito da Feltrinelli (51 voti); Maria Rosa Cutrufelli con "La donna che visse per un sogno" (Frassinelli) (32 voti) ) e Marco Fabio Apolloni con "Il mistero della locanda Serny" (Ponte alle Grazie) (30 voti).

Il Premio Strega

Il prestigioso Premio Strega viene attribuito ogni anno ad un libro di narrativa in prosa di autore italiano, pubblicato in prima edizione dopo il 1° maggio dell'anno precedente e prima del 1° maggio dell'anno in corso. Il libro viene scelto a mezzo di votazione segreta e con due votazioni da tutti gli "Amici della domenica".

immagine"Cominciarono, nell'inverno e nella primavera 1944, a radunarsi amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito unita nella partecipazione di un tempo doloroso nel presente e incerto nel futuro. Poi, dopo il 4 giugno, finito l'incubo, gli amici continuarono a venire: è proprio un tentativo di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla disperazione. Prendiamo tutti coraggio da questo sentirci insieme. Spero che sarà per ognuno un vivido ricordo"
Maria Bellonci

 

immagineSono queste le pagine iniziali del racconto che Maria Bellonci fece della nascita del gruppo degli "Amici della domenica" in seno al quale, su un'idea della stessa Maria, nacque nel 1947 il "Premio Strega", con la collaborazione degli eminenti intellettuali che frequentavano casa Bellonci e dello spirito mecenatesco di Guido Alberti. Da quel racconto è nato un libro Il premio strega (Milano, Mondadori, 1969 e 1995).


 

 

BREVE RIASSUNTO DEL LIBRO

Due storie di famiglia parallele, ma destinate a incontrarsi. Quella del Maestro, giovane anarchico che arriva da Sapri, alla fine dell'Ottocento, per insegnare in un paesino della Toscana, dove si stabilirà avendo dalla vedova Bartoli numerosi figli dai nomi emblematici: Ideale, Libertà e Cafiero. E quella di Rosa e Ulisse Bertorelli, commerciante di maiali, da cui nasceranno Annina e Achille. L'amore tra Annina e Cafiero è solo un momento dell'intreccio di vicende pubbliche e private, realistiche e fantastiche, che l'autore costruisce in questo romanzo, epopea di drammi e di ideali, di personaggi all'altezza dei grandi sommovimenti della storia.

INCIPIT
IL ROMANZO INIZIA COSI’:

"Appena qualche attimo prima di morire, appoggiata al nocciòlo del giardino,
l'Annina emerse dall'ombra in cui la sua mente si era nascosta da molti anni
e, all'improvviso, in quei brevi istanti che la morte ancora le concesse,
come se fosse in volo rivide la casa col pino e la Mena che pregava
appoggiava a un angolo della madia, e di fronte alla Mena vide sua madre
partorirla urlando di un dolore che le sembrò perfetto, e solo alla fine,
quasi spiando, scorse la propria testa uscire da quel corpo rosso e gonfio
dallo sforzo, e sentì per l'ultima volta l'odore di viole del suo fratello
gemello che da dentro la pancia la spingeva nel mondo.
Fu come un lampo, uno starnuto di una forza così intensa che l'Annina si
dovette appoggiare con tutte e due le mani al nocciòlo per non cadere, e il
suo ultimo respiro le uscì in una voce flebile, quasi un sussurro.
<< Ma guarda..>> disse, sorpresa da quello spettacolo stupefacente.
Poi lasciò che un sorriso le ammorbidisse la bocca, scivolò lentamente verso
la base del tronco, e là si fermò per sempre.
Quando il Maestro arrivò al Colle , verso la pianura stavano finendo di
costruire la stazione, e attorno a quella già nascevano le prime case del
nuovo borgo. Nascevano come funghi, e la gente sembrava eccitata dall'arrivo
della ferrovia che avrebbe portato il treno e il progresso. Ancora l'edificio
principale non era pronto, cosicché i passeggeri dovevano scendere
molto più indietro, verso il Padule Lungo, e potevano raggiungere Colle Alto
cogliendo al volo qualche rara carrozza o la gentilezza di un contadino per
un passaggio su un carro trainato dai buoi.
Dalla strada che saliva verso il paese arroccato da millenni sulla collina
si poteva vedere con chiarezza i campi tagliati in due dalla ferrovia: una
ferita trasversale che dal Padule si ficcava in mezzo alla geometria dei
poderi, delimitati dai fossi e dalle file di cipressi. Sembrava che il mondo
fosse diviso nettamente: a sinistra, lungo il nastro ancora bianco della
massicciata, una moltitudine di persone, carri, attrezzi, una certa
confusione di formiche che andavano e venivano fra il tracciato della
ferrovia e le case in costruzione. A destra, poco oltre la stazione, dalla
parte in cui già era stata posata la striscia ferrata il mondo era in pace,
e sui campi divisi dal sentiero del treno si poteva al massimo scorgere
qualche debole ricciolo di polvere sollevato da un aratro. Il Maestro aveva
chiesto un passaggio a un fattore sul carro, dopo averlo aiutato a caricare
gli ultimi sacchi di fagioli sul treno che sarebbe subito ripartito verso la
città. Figli di contadini, l'odore dei legumi e il contatto con la juta
riposta per un momento l'avevano fatto sentire di nuovo a casa, mitigando
una certa sensazione di essere in qualche modo un traditore perché era
l'unico, della sua famiglia, ad avere studiato. Era arrivato da sud, da un
paesino vicino a Sapri non troppo diverso da Colle, arroccato anch'esso
sopra una collina, ma senza ferrovia e con più miseria. Era arrivato con due
valige: nella prima qualche mutanda, qualche paio di calze, due camice e un
vestito nero uguale a quello che indossava. L'altra era piena di libri, e
pesava come un morto. Non appena il treno si mosse. Il Maestro si sentì
affogare per un istante, e rimase a guardare il convoglio dei vagoni
scivolare lentamente verso la direzione dalla quale era arrivato finché il
fattore, le valigie già sul carro, non lo chiamò per partire. Allora si
avvicinò, si pulì i palmi sui pantaloni e allungò la mano per presentarsi,
come si fa tra uomini. Disse il proprio nome e il cognome, e ringraziò per
la cortesia. Il fattore non era un uomo di grandi discorsi. A sentire quella
parlata strana, che mai aveva risuonato in quei luoghi, pensò che la
ferrovia, oltre a portare semi e verdure, avrebbe scaricato laggiù chissà
quale gente. Il mondo era grande, e ora Colle si era agganciato a qualcosa
che non conosceva. Comunque quel giovane sembrava a posto. Parlava con un
accento strano ma corretto. Aveva aiutato, come si usa tra persone civili, e
ora alla mano che porgeva bisognava rispondere anche per l'ospitalità che,
tra uomini, si deve. Fecero il viaggio in silenzio, l'uno per l'imbarazzo
verso uno straniero, l'altro perché immerso nella malinconia e intento a
osservare quel mondo sconosciuto nel quale la sua nuova vita sarebbe presto
cominciata…

CHI E’ UGO RICCARELLI?

immagineE’ nato nel 1954 a Cirié (Torino), da famiglia toscana. Vive e lavora a Pisa. Ha pubblicato: Le scarpe appese al cuore (Feltrinelli 1995, premio Chianti), Un uomo che forse si chiamava Schulz (Piemme 1998, Selezione premio Campiello, Prix Wizo Européen), Stramonio (Piemme 2000, premio Pisa), L'angelo di Coppi (Mondadori 2001) e Il dolore perfetto (Mondadori, premio Strega 2004).


RECENSIONI SCELTE PER VOI

UN SECOLO DI DOLORE TRA AMORI ED ANARCHIA
di Grazia Giordani

Sarebbe piaciuto ad Elsa Morante ed incontrerebbe il gradimento di Garcia Marquez, per gli abbandoni sapienti a un delicato “realismo magico”, il nuovo romanzo di Ugo Riccarelli – Il dolore perfetto – (Mondadori), grande affresco del secolo che ci lasciamo alle spalle, dallo sbarco di Pisacane al secondo dopoguerra, rivisitato soprattutto attraverso le vicende parallele e confluenti di due famiglie: i Bartoli idealisti cultori della libertà e i Bertorelli, più inclini a una visione materialistica dell’esistenza.
L’area geografica, teatro della narrazione, è soprattutto la Toscana, nel paese di Colle, lambito da un lago acquitrinoso, Padule, in cui sembrano specchiarsi molte delle vicende che si rincorrono nel corso della narrazione. Proveniva da Sapri, ancora fresca delle utopie risorgimentali, uno dei personaggi principali del romanzo, il Maestro, giovane anarchico, generoso, riservato e dalle idee ben determinate, che perderà la vita durante sommosse milanesi, folgorato dallo sparo di un soldato di Bava Beccaris che equivocherà il suo grido «Libertà!», attribuendogli un significato di ribellione, mentre era solo il nome della figlia che lo sventurato stava chiamando a gran voce. Del resto, anche gli altri figli del Maestro, per lunghi anni esule e carcerato, proprio a causa dei suoi convincimenti politici, avevano nomi simili: da Ideale a Mikhail e Cafiero (che verrà poi chiamato “Nocciolino”, in quanto sfuggito, ancora in fasce e finito sui rami di un nocciolo, dalle braccia della madre – suicida per disperazione, sotto le ruote di un treno - distrutta dai lutti della sua sventurata famiglia). Nel colpo di scena della magica salvezza di Nocciolino, come nel profumo di viole che accompagna nascite e morti di alcuni personaggi, troviamo quell’afflato favolistico che regala un’atmosfera piacevolmente fatata a tutto il contesto narrativo, come se favola e realtà sapessero abilmente coabitare nella pagina.
Contrapposti agli idealisti – dicevamo più sopra – camminano in parallelo i Bertorelli, commercianti di maiali, che da generazioni ammirano l’epopea omerica e portano i nomi di quegli eroi da Ulisse a Telemaco e Penelope, solo per citarne alcuni.
Ulisse e Rosa sono una coppia quanto mai spaiata: sanguigno, attaccato all’interesse venale lui, sognatrice e poco aderente alla realtà lei. Finiranno male entrambi: Ulisse, in preda alla follia, suicida, dopo aver stuprato la cognata e indotto la moglie alla fuga con le sue crudeltà ed incomprensioni. Dal loro matrimonio nasceranno due gemelli: Sole che fuggirà in Oriente, metafora del sogno e della corsa verso la libertà interiore, e Annina, il personaggio femminile più interessante del romanzo, per cervello e cuore. Le due famiglie si uniranno proprio con l’incontro di Cafiero (Nocciolino) e Annina, stretti da un amore grande e fatale.
Il «dolore perfetto» da cui prende il titolo il romanzo abiterà sempre la pagina, anche se espresso in maniere diverse: «le cose son cose – penserà, in proposito Annina – hanno una vita loro, hanno forme, pensieri, hanno età e persino un colore. Siamo noi a dividere, a costruire barriere, ad alzare, abbassare, a dire chi è buono e cosa invece è peggiore. L’Annina capì così la distanza tra la madre e l’Ulisse. La sentì forte, batterle il petto. Una botta improvvisa, una crepa sul cuore. La ferita bruciante di un dolore perfetto.» E ancora il medesimo sentimento ritorna, finemente descritto dall’autore, quando il Maestro morente «giunse alla fine del respiro, in quel momento minuscolo, in cui tutto è sospeso, si rese conto di essere solo, e un dolore perfetto lo avvolse come un abbraccio.»
In questo polifonico grande romanzo a più voci, dentro cui si coagula molta parte della nostra Storia grande – vista attraverso le storie piccole –, attraversata da guerre, dal sogno socialista, tra ribellioni e carneficine, vivono molte trame fatte anche di amori struggenti e folgoranti passioni e qui trova posto persino la macchina per il moto perpetuo, divenuta metafora del progredire delle vite coi loro destini, vulnerati dall’inesorabile dolore.
Questo di Riccarelli, così giocato nel duetto continuo tra realtà e magia, è dunque e senza dubbio, uno dei romanzi italiani più forti, maturi e completi per stile e contenuti, che nel corso degli ultimi anni ci è stata data opportunità di leggere e recensire.

RICCARELLI: IL DOLORE PERFETTO
di Ferruccio Parazzoli
da Famiglia Cristiana

A soli cinque anni da Un uomo che forse si chiamava Schulz, il romanzo che fece scoprire in Riccarelli uno scrittore dotato di una sorprendente capacità narrativa, Il dolore perfetto si afferma come un punto di arrivo di indiscussa maturità. Un accostamento che può suonare eccessivo, ma non lo è, in quanto estremamente attinente, potrebbe essere quello di portare il nuovo romanzo di Riccarelli su quella stessa linea di opera totale e corale su cui, all’altro capo del mondo, su altre storie e mitologie, affonda le proprie radici un’altra grande epopea, impastata di terra e di popolo, Cent’anni di solitudine di García Márquez.

Non c’è miglior osservatorio da dove veder soffiare il vento della Storia, se non il microcosmo di un ignorato lembo di terra patria, solo familiare e caro a chi ci vive, dove figli e padri e padri dei padri, dove figlie e madri e madri delle madri nascono, s’intrecciano, amano e muoiono sullo stesso fondale, egualmente vivo, di case, alberi e campi.
Quest’angolo d’Italia è un paesino toscano, Colle, che germina sotto i nostri occhi, come sotto una lente d’ingrandimento, con l’arrivo, in un giorno dell’ancora fresca unità nazionale, di un uomo del Sud, il Maestro, che porta con sé il proprio indomabile ideale di libertà. E Libertà, Mikhail, Cafiero darà nome ai suoi figli, innamorato dell’anarchismo fino a trovare la morte nella Milano insanguinata dai cannoni di Bava Beccaris. Sarà il capostipite di vicende familiari che si allargano a ventaglio, ognuna seguendo il proprio destino. È la discendenza idealistica e sognante che s’intreccia con la più violenta e stralunata stirpe dei Bartorelli, commercianti opportunisti dai nomi omerici di Ulisse, Ettore, Telemaco.
Il vento che soffia su di loro, li mescola, li disperde, li distrugge, è il vento che soffia su cent’anni di storia italiana, cent’anni di solitudine e di dolore: repressione nel nome dell’ordine regio, una guerra dagli insulsi massacri sui lontani confini della patria, le violenze fasciste, indomita dignità e umiliazioni, una nuova guerra ancora più lontana sulle distese ghiacciate del fronte russo, poi sempre più vicina, fino alla porta di casa, le rappresaglie naziste.
Infine il vento cade lasciando, in una piccola rimessa del Colle, a ricordo di chi è stato e a speranza di chi verrà, uno strano marchingegno, battezzato Libertà, che è stato inventato da Ideale, uno dei figli dei figli, e che ha per scopo il moto perpetuo e di cui ogni parte porta il nome di quanti hanno vissuto l’italiana storia del Colle.

… E GLI ALTRI FINALISTI?

TRIONFA IL GRANDE FAVORITO
di Walter Mauro
da Il Tempo

VINCE il grande favorito Ugo Riccarelli, prova a contrastarlo l’outsider Elena Loewenthal ma poi tutto si risolve nella norma. Mai in gara gli altri tre candidati. Ancora una volta, il Premio Strega, fra quelli italiani il più prestigioso, e sicuramente quello che nella varietà delle scelte serve ad offrire una più profonda riflessione attorno a percorsi e tendenze che la nostra letteratura narrativa va tracciando ormai da qualche anno, anche in questo 2004, che ne ha celebrato la cinquantottesima edizione, ha mantenuto le aspettative.
Direttamente o indirettamente, ha dominato la soluzione, più contenutistica che formale, del romanzo storico, presente nel testo di Mario Fabio Apolloni, «Il mistero della locanda Serny» (Ponte alle Grazie), ambientato nella Roma del primo Ottocento, ma al contempo sviluppato attraverso rivoli di caratterizzazione dei personaggi che paiono voler condurre ad una più generale definizione del confronto umano in cui tutto viene pirandelliamente suggerito come qualcosa che riguarda la maschera che occulta la nostra vita, ingabbiata nella logica delle apparenze. Come pure nel dovizioso alveo del romanzo storico va inserito il testo di Maria Rosa Cutrufelli, «La donna che visse per un sogno» (Frassinelli), in cui tuttavia lo sforzo di prendere le distanze da un totale annullamento nelle trame della Storia — nella Parigi rivoluzionaria del 1793 — si risolve positivamente nella leggerezza con cui viene utilizzato il linguaggio, e di conseguenza il distendersi del fatto narrativo entro una partitura che sicuramente offre ampio spazio all’armonia dell’eloquio.
« Attese» di Elena Loewenthal (Bompiani) è forse il romanzo che più privilegia le atmosfere — dolorose e traumatiche — attraverso un singolare e ispiratissimo protagonista, che potrebbe appartenere ad una scontata oggettistica, oggi al centro del dibattito femminile, e invece offre il destro evocativo per una tematica che la Loewenthal avverte sulla propria pelle con molta intensività perché riguarda il duro confronto fra i Destini e la Storia. Un testo che invece svicola notevolmente dalle linee di tendenza già esposte è quello di Francesco Piccolo, «Allegro occidentale» (Feltrinelli) in cui il concetto di «allegria», appunto, viene trattato ed elaborato attraverso modelli di confronto che riguardano l’urto, ma anche l’incontro, fra un «meridionale» e un orientale inserito nelle grandi rotte che trasmutano di continuo, impietosamente: anche perché nasce e si fa strada, angosciamente fra una allegria e l’altra, l’idea drammatica del conflitto fra il benessere globale e la povertà locale, che neppure il paradosso della distanza riesce a correggere, meno che mai a eliminare.
Ed eccoci alle prese con il vincitore annunciato, Ugo Riccarelli, autore de «Il dolore perfetto» (Mondadori), a conti fatti legittimo protagonista di questa tornata 2004. Qualche settimana fa gli abbiamo dedicato un’ampia riflessione: tuttavia, ad una ulteriore verifica del suo testo, altri aspetti emergono e prendono consistenza convincendo il lettore ancora di più attorno alla modernità problematica con la quale lo scrittore tratta e affronta il nodo tematico del viaggio, dello spostamento e quindi dello sradicamento dal Sud profondo e contadino verso una realtà più difforme e quasi antitetica, quella di una Toscana intrisa di storiche divaricazioni.

INTERVISTA CON L’AUTORE

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STREGATI DAL DOLORE
di Tommaso Debenedetti
estratto da Gazzetta di Parma

…Riccarelli, non dica che non si aspettava di vincere!

«Confesso che, da qualche giorno, me lo aspettavo. Non per il valore degli altri concorrenti, i cui libri ho apprezzato moltissimo, ma per come si erano messe le cose, per le notizie che sentivo in giro».

Lei è il vincitore del Premio Strega. Cioè il suo nome è in quell'albo nel quale figurano Moravia, la Morante, Eco, Bassani, e quasi tutti i grandi del secondo Novecento. E' convinto di meritare questo onore?

«Certo non mi ritengo neppure vagamente all'altezza dei nomi che lei ha citato. Però sono sicuro del valore di questo mio romanzo, al punto che le dico che sì, meritavo di vincere».

l fatto che il nome del vincitore sia noto da settimane, come quasi sempre accade allo Strega, fa male al premio?

«Probabilmente toglie gusto e fascino alla serata finale, rende meno seguita la diretta televisiva, fa diminuire il numero di righe sui giornali, però, mi creda, per chi concorre è un grande aiuto. Sapere già qualcosa fa essere più sereni».

Si dice che questo era lo Strega degli sconosciuti. Nessuno dei nomi della cinquina era infatti noto al grande pubblico.

«Questa storia del Premio degli sconosciuti mi ha fatto arrabbiare. Prima di tutto perché non è vera. La Loewenthal è un'autrice molto nota, una grande saggista che chiunque ha un minimo di cultura dovrebbe conoscere. Piccolo e la Cutrufelli sono scrittori apprezzati da tempo, e la critica ne ha riconosciuto il valore. Apolloni è nuovo alla narrativa, ma anche lui è uno studioso e critico affermato. Quanto a me, ho scritto libri e vinto altri premi, e non mi sento un ignoto. Accetto tutte le riserve e le contestazioni possibili in merito al valore del romanzo, ma il fatto che si pretenda che un narratore sia noto come un divo della tv mi fa semplicemente orrore».

In genere, però, è vero che negli ultimi anni i narratori più famosi, parlo degli Eco, dei Tabucchi, dei Citati, dei Malerba, allo Strega e agli altri grandi premi non vanno più…

«Alcuni di loro hanno già vinto quasi tutto, altri hanno compiuto una scelta rispettabile, ma ciò non significa affatto che i premi siano in decadenza. Anzi: il fatto che a concorrere e a vincere siano nomi più nuovi (nuovi, dico, non ignoti!) testimonia quanto i premi siano vitali e quanto essi siano ancora, come nel passato, dei grandi trampolini di lancio per i talenti letterari».

Ora la faccio arrabbiare. Si è detto: la Mondadori voleva a tutti i costi vincere lo Strega, per questo Riccarelli ha vinto. Può commentare?

«No, non commento. Dico solo che i premi non sono partite di calcio o elezioni politiche…E ricordo che si sta parlando di scrittori e di libri».

Parliamo del suo libro, allora. Perché il titolo «Il dolore perfetto»?

«Perché tutti i personaggi del romanzo sono posti di fronte ad un dolore straziante, ad un' immensa ferita di quelle che creano una crepa nell'anima. Con quel titolo ho voluto dire che il dolore non è solo qualcosa di terribile, che ci spaventa, è anche qualcosa di salutare, che ci mette di fronte all'esistenza e ci fa scoprire noi stessi. Insomma: la sofferenza ci aiuta a fare i conti con la vita, e ci migliora. Ecco perché parlo di "dolore perfetto"».

Come è nato questo romanzo?

«Io non riesco a scrivere libri in poche settimane, non credo all'ispirazione folgorante. Sono convinto che le storie, i romanzi, debbano maturare nel tempo. Per terminare 'Il dolore perfetto' ho messo più di quattro anni. Sono partito dall'urgenza di recuperare un mondo lontano, quello di mia nonna e del suo piccolo paese in Toscana. Ecco: il libro è nato proprio dalla voce di mia nonna, dai suoi racconti che cominciavano sempre nello stesso, buffo modo: "Il mio povero babbo, che Dio lo sprofondi nell'inferno, diceva…". Poi io ho trasfigurato tutto, ma la base è stata quella».

In Italia si legge poco, anzi pochissimo. Può provare ad invogliare un non-lettore a compare «Il dolore perfetto» raccontandoglielo in pochissime parole?

«E' una storia di amori, di addii, di nascite- tante nascite- di morti e di lontananze. E' una storia cui ho voluto dare tutta la complessità di sentimenti che ha la nostra vita. C'è un paesino della Toscana con i suoi personaggi: un anarchico, la vedova Batoli, l'avida famiglia dei Bertorelli, l'amore bellissimo e straziante, disperato, fra Nocciolino e Annina. Un mondo forse perduto, che risale, appunto, all'epoca di mia nonna, ma i cui sentimenti, gioie e dolori sono gli stessi che ci accade di vivere oggi».

UGO RICCARELLI NELLA BIBLIOTECA DI MEDA

Ugo Riccarelli è presente con i romanzi:

Un uomo che forse si chiamava Schulz
Un dolore perfetto

In Biblioteca sono disponibili anche le altre quattro opere finaliste del Premio immagine

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